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Francesco Gervasoni era un operaio della Pirelli. Lavorava nel settore gomme. Era nato nel 1904. Uomo schivo, sempre disponibile, era sposato con Maria e avevano due figli Germano e Bruno. Nell’autunno del 1944 torna in fabbrica dopo una settimana di malattia. Ma quel giorno il 23 novembre i lavoratori sono in sciopero e lui aderisce. Sarà catturato dalle SS con altri operai – 183 – e portato nel carcere di San Vittore a Milano. Da lì con altri 156 compagni sarà deportato in Germania per diventare uno “schiavo di Hitler”. Morirà di fame e di stenti dopo soli 3 mesi dal suo arrivo nel lager nazista di Khala in Turingia.

Negli anni ’90, la nuora Pinuccia Curti trova in solaio, nella casa dove vive con il marito Bruno, un pacchettino di poche lettere. Sono quelle che il suocero riesce a buttare dal treno che lo porta in  Germania. Da quel ritrovamento ha passato il resto della sua vita a cercare i deportati di Khala per scoprirne la storia e ottenere che venissero ricordati insieme al suocero.

 La storia degli schiavi di Hitler è ancora poco conosciuta nonostante il lavoro di rierca trentennale di Walter Merazzi e Maura Sala coordinatori del Centro studi schiavi di Hitler di Cernobbio in provincia di Como. Nel corso delle loro ricerche hanno raccolto oltre 13.000 testimonianze di ex deportati e dei loro famigliari. Oggi ancora continuano a cercare e a raccontare, perché quei deportati non vengano dimenticati dopo essere stati beffati dalla Germania degli anni 2000 che – di fatto – non ha risarcito le vittime di quella barbarie. Un’altra storia da raccontare.

 

 

 

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